Trump parla con Taiwan, ma la Cina non ci sta

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Incidente diplomatico tra gli USA e la Cina. A innescarlo è stato la telefonata tra Trump e  la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, che ha suscitato le proteste ufficiali della Cina. Il ministero degli Esteri di Pechino ha diffuso una nota nella quale afferma che “c’è solo un’unica Cina nel mondo e Taiwan è un’inseparabile parte del territorio cinese. Il governo della Repubblica popolare cinese è il solo legittimato a rappresentare la Cina”. Una svolta tra Usa e Taiwan, che non hanno relazioni diplomatiche dal 1979.  Il presidente eletto puntualizza: ‘Mi hanno chiamato loro, ma non vedo il problema’.

La Cina ha presentato una protesta formale contro gli Usa per la telefonata tra il presidente eletto Donald Trump e la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen: lo ha reso noto il ministero degli Esteri di Pechino, secondo cui “c’è solo un’Unica Cina nel mondo e Taiwan è un’inseparabile parte del territorio cinese. Il governo della Repubblica popolare cinese è il solo legittimato a rappresentare la Cina”.

E’ stata la presidente di Taiwan a chiamare Donald Trump per congratularsi per la vittoria alle elezioni.

I due leader – dopo le congratulazioni di rito  – avrebbero quindi espresso la volontà di riallacciare le relazioni tra Washington e Taipei. Con buona pace di Pechino che considera l’isola di Taiwan non uno stato indipendente ma una sua provincia.

Gli Stati Uniti e’ dal 1972 che perseguono la politica chiamata ‘One China‘, una sola Cina, da quando il presidente Richard Nixon visitò Pechino e avviò un percorso di disgelo tra le due super potenze. Nel 1978 il presidente Jimmy Carter riconobbe formalmente il governo di Pechino come l’unico per tutta la Cina, compresa Taiwan. Seguì la chiusura dell’ambasciata Usa a Taipei l’anno seguente. Ora dopo decenni di pratica diplomatica in cui presidenti americani non hanno mai avuto contatti con i leader di Taiwan la rottura di questo protocollo da parte di Trump. Con quella che può essere considerata la prima vera e propria mossa in politica estera del neo inquilino della Casa Bianca.


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