Migranti nell’inferno di ghiaccio a Belgrado: file per un pasto caldo

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È di oggi la notizia dell’appello lanciato dal commissariato serbo per l’assistenza ai profughi affinché i migranti che restano accampati al gelo a Belgrado e nel resto della Serbia accettino la sistemazione nei centri di accoglienza dove, ha sottolineato, c’è posto per tutti e nei centri vengono garantiti un posto al caldo, tre pasti al giorno e assistenza medica. A Belgrado sono ancora oltre mille i migranti e profughi che bivaccano praticamente all’aperto e al gelo nella zona della stazione degli autobus, a ridosso del centro della capitale, accampati in locali e magazzini abbandonati, parcheggi coperti e tende malmesse.

In questi giorni le temperature che nella notte scendono abbondantemente sotto lo zero rendono la vita in questi asili di fortuna un vero inferno polare che in molti hanno paragonato alle scene vissute in Europa ai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Sono mesi ormai che centinaia di migranti, per lo più afghani, siriani e iracheni, hanno trovato rifugio nei depositi abbandonati lungo la ferrovia a Belgrado nel loro cammino di avvicinamento ai confini dell’Unione Europea.

Molti di loro non accetta di andare nei centri di accoglienza per paura di essere registrati e trasferiti a sud al confine con Macedonia e Bulgaria, e di essere quindi poi rimandati nei Paesi di provenienza. In soccorso dei migranti che ancora resistono al freddo a Belgrado sono mobilitate Ong e organizzazioni umanitarie internazionali.

Le immagini di questi giorni di centinaia di migranti in fila per il cibo nel gelo e sotto la neve a Belgrado e nelle isole greche, riparati alla meglio con coperte e scialli, hanno scosso le coscienze degli europei. Le autorità serbe sottolineano però l’enorme e incessante impegno del Paese a sostegno dei profughi e affermando che a voler restare all’aperto e’ la grande maggioranza degli stessi migranti, restii ad accettare gli inviti pressanti a trasferirsi nei centri di accoglienza in Serbia per paura di essere registrati e rimandati poi indietro nei Paesi di provenienza.

In loro aiuto sono mobilitate ong e organizzazioni umanitarie, in primo luogo la sezione serba dell’Unchr e Medici senza frontiere che mettono a disposizione coperte, vestiario e scarpe invernali, cibo e medicine. Anche tanti privati cittadini belgradesi partecipano ad azioni di solidarietà donando generi di prima necessita’. Sono un gruppo di volontari, minimizzano il loro ruolo ma hanno salvato chissà quante vite, là tra i poveri migranti al gelo. Li chiamano ‘gli angeli di Belgrado’, e si fanno in quattro giorno e notte. Aiutati da una catena di solidarietà dei semplici cittadini che loro hanno lanciato con appelli soprattutto su Facebook e su altri social forum.

 

Su un muro del capannone, un migrante ha scritto: “Nessuno lascia casa, a meno che la casa non sia diventata la bocca di uno squalo”. I migranti tentano di proseguire verso l’Europa, a piedi.


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