La Romania cambia volto, indetto referendum su lotta alla corruzione

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Il parlamento romeno ha dato parere favorevole all’unanimità, alla proposta del presidente della Repubblica Klaus Iohannis in merito al referendum popolare sul tema della lotta alla corruzione.

Una svolta a sorpresa nella situazione romena, al quattordicesimo giorno della massiccia protesta di piazza contro il cosiddetto ‘decreto salvacorrotti’, introdotto e poi ritirato dal governo.

Il parere del Parlamento è consultivo, spetta ora al capo dello Stato proporre una data per la consultazione popolare nel più grande e importante paese dei Balcani-Sudesteuropa, partner vitale per l’Italia.

Non è chiaro quale quesito sarà sottoposto agli elettori, ma il referendum è visto come un modo per rafforzare il sostegno alla lotta alla corruzione. Non c’è ancora una data del referendum, né la formulazione della domanda o delle domande che saranno scritte nelle schede e a cui gli elettori saranno chiamati a rispondere.

La scelta appare comunque un sintomo di vitalità della democrazia romena, pur con tutte le contraddizioni politiche, economiche e sociali, specie se la si raffronta alle tendenze autoritarie e populiste che vanno per la maggiore in altri Stati membri orientali dell’Unione europea e della Nato, quei paesi che conquistarono o riconquistarono democrazia libertà e sovranità nazionale dopo circa mezzo secolo di dittatura bolscevica imposta dall’occupante coloniale sovietico.

Fin dalla campagna elettorale, il presidente Iohannis aveva avvertito che non avrebbe conferito l’incarico di premier a nessun politico indagato, condannato o sospettato per corruzione. E Dragnea ‘vanta’ una condanna a due anni con la condizionale. Il suo fedelissimo Sorin Grindeanu ha invece la fedina pulita.

Ancora domenica, ottantamila persone avevano riempito il bel centro di Bucarest attorno a Piata Victoriei. Le manifestazioni – cui partecipano soprattutto giovani, operai, lavoratori qualificati, e un alto numero di donne – sono quotidiane, ma ovviamente più ampie nel weekend quando la gente che studia o lavora ha più tempo. Entrata nell’Unione europea nel 2007, la Romania è giudicata un paese particolarmente colpito dalla corruzione, eppure ha fatto grandi progressi nella lotta a ogni pratica illecita. Specie negli ultimi anni: nel 2015, ben 1250 persone di ogni colore politico sono state indagate, tra cui un premier, cinque ministri e 16 deputati.

Controverse e caute le prime reazioni all’annuncio del referendum. Dice al telefono Andrei Plesu, massimo intellettuale romeno: “Molto dipende da come la domanda del referendum verrà formulata. Se chiederà solo sì o no alla lotta alla corruzione può essere indolore per il governo. E attendiamo ancora di sapere la data. Vorrei essere ottimista, ma da tempo ho rinunciato all’ottimismo, aspettiamo e vediamo”.

Le elezioni dello scorso dicembre in Romania avevano registrato un’affluenza del 40%, sono state le meno partecipate del paese dalla caduta del regime. Il principale motivo della scarsa partecipazione al voto era stata proprio la mancanza di fiducia dei cittadini nei partiti politici, coinvolti in clamorosi casi di corruzione. Tra questi, è utile ricordare il caso di Adrian Nastase, ex primo ministro della Romania (2000-2004), condannato nel 2012 a due anni di carcere per la corruzione e, nel 2014 – quando il Partito Social Democratico (PSD), il suo partito, era al governo – ad altri quattro anni di reclusione a causa del dossier “Zambaccian”. Scontato un terzo della pena – circa 600 giorni – l’ex primo ministro è stato rilasciato (per buona condotta e per aver pubblicato alcuni libri) nel 2014 con la condizionale, anche se, in seguito alle proteste, quest’ anno dovrebbe finire di scontare la pena.

Sebbene la Romania sia il paese che registra il più alto tasso di crescita economica in Europa (5%), questa per il momento non si è tradotta in un maggior benessere della popolazione. E la corruzione, insieme all’economia sommersa e all’evasione sono i principali responsabili di questa situazione. I romeni, consci di ciò, sembrano aver ritrovato nella piazza un potente strumento per far sentire il proprio malessere e soprattutto la propria delusione nei confronti della classe politica.


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