“Stop tariffe di 28 giorni”, l’ Agcom contro le compagnie telefoniche

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“L’unità temporale per la cadenza di rinnovo e fatturazione dei contratti di rete fissa deve essere il mese, affinché l’utente possa avere la corretta percezione del prezzo offerto da ciascun operatore e la corretta informazione sul costo indicato in bolletta per l’uso dei servizi”, è quanto afferma in una nota l’Agcom, bacchettando le compagnie telefoniche.

Infatti, oggi il prezzo comunicato dagli operatori per gli abbonamenti a Internet e voce di casa non si riferisce più a un mese ma precisamente a 4 settimane, col risultato che in un anno si pagano 13 mensilità anziché 12 con un incremento dell’8% rispetto al passato. Questo stratagemma è stato inizialmente usato da Wind-Infostrada, poi Vodafone, recentemente anche da Tim. Dal primo maggio tocca a Fastweb, cosa che di fatto lascia Tiscali da sola nel mondo, ormai arido, delle tariffe mensili.

Da qui, la delibera dell’Autorità per la Garanzia nelle telecomunicazioni che impone il ritorno alla scadenza mensile. Infatti, la decisione dell’Agcom tiene conto dell’evoluzione dei mercati fisso e mobile, ravvisando la “necessità di garantire una tutela effettiva degli utenti avendo riscontrato problemi in termini di trasparenza e comparabilità delle informazioni in merito ai prezzi vigenti, nonché di controllo dei consumi e della spesa”. Secondo l’authority, queste problematiche sono state dettate “anche dal venir meno di un parametro temporale certo e consolidato per la cadenza del rinnovo delle offerte e della fatturazione”. E, tenendo conto delle diverse esigenze di trasparenza e controllo della spesa da parte dell’utenza tra il settore della telefonia mobile, in cui la maggior parte del traffico è prepagato, e quello della telefonia fissa, basta su contratti in abbonamento e costi post-pagati, l’Agcom “ha dunque individuato nel mese il periodo temporale minimo per consentire all’utente di avere una corretta e trasparente informazione sui consumi fatturati e un tempo di invarianza nel rinnovo del presso offerto dagli operatori”.  Considerate le caratteristiche specifiche del mercato di telefonia fissa, in cui anche per i servizi all’ingrosso vale la regola mensile, secondo l’Autorità “una imputazione dei costi dei servizi fatturati agli utenti su un periodo diverso da quello mensile riduce le condizioni di trasparenza e corretta informazione per gli utenti, determinando un notevole impatto non solo in fase precontrattuale, ma anche sul controllo della spesa dovuto in fase di esecuzione del contratto”.

Le compagnie telefoniche hanno ora a disposizione 90 giorni per adeguarsi alle nuove regole, ma nella serata di ieri Asstel, associazione delle telco, facente capo a Confindustria, ha già contestato la delibera sostenendo che non sia compito né prerogativa di Agcom entrare nel merito dei rapporti tra gli operatori e gli utenti: “Agcom non ha il potere di disciplinare il contenuto dei rapporti contrattuali fra operatori telefonici e clienti”, si legge nel comunicato, “quale ad esempio la durata di rinnovo e dei cicli di fatturazione, ma può soltanto intervenire a tutela della clientela in materia di trasparenza informativa”. L’ Asstel fa sapere che: “Tuteleremo i diritti dei nostri associati nelle sedi più opportune, con l’obiettivo di ripristinare il diritto degli operatori al libero esercizio dell’attività di impresa.”


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