Yara, Corte d’appello conferma la condanna all’ergastolo per Bossetti

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Dopo circa 15 ore di camera di consiglio la Corte d’appello di Brescia ha confermato la condanna di primo grado all’ergastolo per Massimo Bossetti. L’uomo è accusato di avere ucciso la piccola Yara Gambirasio  la sera del 26 novembre 2010, a Brembate Sopra e di averla poi abbandonata agonizzante in un campo dove è stata ritrovata il 6 febbraio del 2011.

Il presidente della corte Enrico Fischetti ha letto la decisione confermando la sentenza di ergastolo.

I Legali di Bossetti, Salvagni e Paolo Camporini, subito dopo la lettura della sentenza hanno dato “per scontato” il ricorso in Cassazione. “Aspettiamo le motivazioni – hanno detto – ma il ricorso in Cassazione è scontato. Questa sera abbiamo assistito alla sconfitta della giustizia”.Per lui, la procura generale di Brescia aveva chiesto la conferma dell’ergastolo e sei mesi di isolamento per la calunnia.

Bossetti dopo la lettura della sentenza “ha pianto” nella gabbia degli imputati. Lo ha riferito uno dei suoi avvocati, Claudio Salvagni, che ha aggiunto: “questa sera si è assistito alla sconfitta del diritto”.

“Poteva essere mia figlia”

«Poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi – ha detto Bossetti – neanche un animale avrebbe usato tanta crudeltà». Bossetti, davanti la sua famiglia aveva chiesto ai giudici di assolverlo e di poter dimostrare con una perizia sul Dna che hanno preso la persona sbagliata. In aula presente la moglie Marita, la madre e la sorella gemella.

La prova del DNA

La traccia biologica appartenente a Bossetti e presente sul povero corpo di Yara è l’elemento intorno a cui ruota l’intero caso. L’assenza del suo Dna mitocondriale «non inficia il risultato: è solo il Dna nucleare ad avere valore forense» per il rappresentante dell’accusa Marco Martani. «Quel Dna non è suo, non c’è stato nessun match, ha talmente tante criticità – 261 – che sono più i suoi difetti che i suoi marcatori», per i difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini.

Contro l’imputato ci sono altri elementi: dal passaggio del furgone davanti alla palestra alle fibre sulla vittima compatibili con la tappezzeria del suo Iveco; dalle sferette metalliche sul corpo di Yara che rimandano al mondo dell’edilizia all’assenza di alibi. Indizi che la difesa respinge.


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