Sciopero dei docenti universitari: fermi dal 28 agosto al 31 ottobre

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Protestano i docenti universitari che incroceranno le braccia dal 28 agosto al 31 ottobre facendo di fatto saltare il primo appello del nuovo anno accademico. Settantanove università e 5.444 docenti hanno saranno interessati: si tratta di in un atto di protesta contro uno scatto dello stipendio, quello relativo al periodo dal 2011 al 2015, ancora bloccato.

Sciopero promosso dal “Movimento per la dignità della docenza universitaria”

Un’adesione dai numeri importanti, promossa da quanti fanno parte del Movimento per la dignità della docenza universitaria, per portare i riflettori su una situazione che i docenti ritengono inaccettabile.

Lo stipendio di un ricercatore oggi è di 1.300 euro al mese. Un ordinario ne prende 2.800 e può arrivare a 4 mila in vent’anni. E le leggi di stabilità hanno congelato gli scatti per la categoria.

Da qui la decisione di non tenere un delle sessioni d’esame previste tra i mesi di settembre e ottobre. “Sappiamo che arreca un danno agli studenti – ha detto al Secolo XIX Massimo Maccagno, ricercatore all’università di Genova -, ma abbiamo spiegato le ragioni della nostra decisione e ci hanno capiti”.

L’ultima volta che si è tenuta una protesta di questo genere era il 1974. Un vademecum con i dettagli del comportamento da seguire è pubblicato sul sito Roars. In sostanza i professori si astengono dal primo appello della sessione autunnale, lo dichiarano con una mail all’Università. Nel caso non ci siano altri appelli nella sessione possono chiedere la convocazione di un appello straordinario passati 14 giorni dal giorno dello sciopero.

Mai ricevuta una risposta alle loro richieste

Per far valere le loro ragioni, «di stipendio e di dignità» i professori hanno scritto prima a Renzi, poi al presidente della Repubblica, infine, dopo il cambio di governo, hanno avuto anche due incontri al Miur. Ma senza risposta. Hanno fatto lo sciopero bianco lo scorso anno, provato il boicottaggio della Vqr, le procedure di valutazione. Ma niente. «Ci hanno fatto capire che c’è un problema di finanziamento, che il ministero dell’Economia non dispone di altri fondi. E neppure la nostra proposta di rateizzare gli aumenti ha potuto essere accolta».


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