Tutori volontari per minori non accompagnati: Palermo arriva prima

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    In this photo taken on Thursday, April 21, 2016, unaccompanied minors from Egypt, from left, 16-year-old Fathi, 17-year-old Saied, 17-year-old Gamal, and 17-year-old Ayman, last names not available, sit next to the river Tiber after an interview with The Associated Press, in Fiumicino, 30 kilometers (19 miles) west of Rome. All across Europe, there is a growing shadow population of thousands of under-age migrants who are living on their own, without families. They hide silently and in plain sight, rarely noticed in the crowd. Nobody even knows how many of them there are -- Europol estimates broadly that at least 10,000 kids have gone missing from shelters or reception centers.(AP Photo/Andrew Medichini)

Sono 54, sono di Palermo e sono operativi da giugno i primi tutori volontari per i minori non accompagnati, una figura prevista  della legge 47/2017 approvata ad aprile. Palermo si conferma capitale dell’accoglienza e in questo caso anche pioniera di questa nuova forma di accompagnamento per i 17mila minori soli presenti sul nostro territorio.

Chi sono i tutori volontari

Quello del tutore volontario è una figura delicata che serva da supporto umano e psicologico per tutti quei bambini e ragazzi che arrivano nel nostro Paese con un bagaglio di traumi e violenze. In collaborazione con le comunità di accoglienza l’intento è quello per quanto possibile di riproporre gli stessi modelli educativi di una famiglia. Il lavoro dei tutori è quello intanto di conquistarsi la fiducia di questi ragazzi per poi costruire dalla loro storia e dai loro desideri il loro progetto educativo.

Riconquistata la fiducia dei ragazzi, instaurata una relazione autentica, il secondo compito del tutore è quello di raccogliere tutte le informazioni possibili per costruire – insieme agli assistenti sociali, agli educatori della comunità e all’ufficio del garante – il progetto educativo del ragazzo: i suoi desideri, il suo percorso formativo, i suoi progetti.

«Il punto di forza di questa nuova figura si sta rivelando essere quello relazionale. Ragazzi che sono da otto o dieci mesi nei centri di prima accoglienza e che non avevano mai raccontato nulla di sé, ora stanno iniziando ad aprirsi e a raccontare. Questo è il punto di partenza fondamentale», spiega Lino D’Andrea, il Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Comune di Palermo, uno dei pochi garanti cittadini d’Italia.

Palermo è arrivata prima

Palermo è stata pioniera di questo nuovo modo di fare assistenza. Il lavoro è iniziato nel 2016, stringendo un protocollo d’intesa con tutte le istituzioni – Prefettura, Questura, Comune, Università, Ufficio scolastico regionale e provinciale, Tribunale dei Minori e ordinario, azienda sanitaria – attivando un tavolo tecnico e poi, a maggio, facendo un primo corso di formazione. Molto del lavoro fatto a Palermo è confluito nelle Linee Guida nazionali per i tutori volontari.

In Sicilia come in altre regioni d’Italia esperienze di tutori volontari per i minori non accompagnati esistevano già, ma con questo nuovo bando la figura è molto cambiata: prima si trattava essenzialmente di avvocati, sindaci o assessori che avevano la tutela anche di 50 ragazzini, con un approccio essenzialmente istituzionale. Tutele così non si fanno più e quelle in essere stanno iniziando piano piano ad essere revocate.

I tutori palermitani

I 54 tutori palermitani hanno un ragazzino ciascuno (uno ha due fratelli), come prevede la legge 47. Fra loro ci sono psicologi, avvocati, dirigenti scolastici, insegnanti in pensione, giovanissimi educatori, mamme e casalinghe. Al bando hanno risposto un centinaio di palermitani, di cui 70 sono stati ammessi al corso. Alcuni alla fine del corso hanno ritirato la loro disponibilità, gli altri 54 hanno iniziato la tutela lo scorso giugno. Con i ragazzi si vedono almeno due volte alla settimana, spesso escono insieme a piccoli gruppi, aperti anche ad altri ragazzi della comunità.

Sono 500 in città i minori non accompagnati, 7mila in Sicilia, 17mila in Italia. Il punto di partenza è questo: far sì che questi ragazzini possano tornare a fidarsi di un adulto, loro che dagli adulti sono stati traditi così tante volte nel viaggio che li ha portati da casa alla costa italiana.
Il punto di forza di questa nuova figura si sta rivelando essere quello relazionale. Ragazzi che sono da otto o dieci mesi nei centri di prima accoglienza e che non avevano mai raccontato nulla di sé, ora stanno iniziando ad aprirsi e a raccontare.

 


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