Death Note, il remake fallimento di Netflix: “peggio” è la parola chiave

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Death Note il film. Chiamatemi scema, ma all’inizio non ero così pessimista e niente affatto contraria. C’era del potenziale, dietro a questo progetto, o almeno così credevo. Tanto per cominciare, a produrre è Netflix, che non è che non abbia mai sbagliato, ma parte con un grosso vantaggio rispetto a tante grandi case di produzione hollywoodiane ed è il fatto che conosce il suo pubblico. Netflix ha capito che è inutile diventare pazzi per fare contenti tutti: è molto più intelligente concentrare gli sforzi e gli investimenti per fare qualcosa che piaccia, a una fetta molto precisa di pubblico.

Dietro la macchina da presa c’è Adam Wingard, che non è ancora un regista di culto, ma è un regista bravo. È un regista horror, ha fatto cose divertenti come You’re Next e The Guest, ha un punto di vista spesso originale e interessante sui personaggi, soprattutto quelli femminili.

Trama

La conosciamo tutti.

Il film

Non è un capolavoro, ma il suo successo è meritatissimo. I suoi autori sembrano aver scoperto la ricetta del racconto perfetto, che mischia con intelligenza folklore giapponese (il concetto di dei della morte, gli shinigami), disagio giapponese (i quaderni della morte ci sono davvero, solo che non funzionano) e una serie di cult cari alla tradizione dei manga (i liceali dotati di qualità sovrumane) con un plot profondamente anglosassone (Kira e L sono in tutto e per tutto Moriarty e Sherlock Holmes), il tutto alimentato da sfiducia nelle istituzioni.

Effettivamente il Death Note americano è abbastanza diverso dall’originale da poter essere giudicato come una cosa a sé stante. Il problema è che è comunque inguardabile. Ha una personalità tutta sua, ma è una personalità orrenda.

Gli attori umani non è chiaro se siano scarsi o solo penalizzati da dei ruoli senza senso e scritti da dei ciechi bendati. Ryuk, il dio della morte “interpretato” da Willem Dafoe, è un pasticciaccio di CGI che fa rimpiangere quello di gommapiuma del live action giapponese di 11 anni fa.

Sceneggiatura su cui deve averci messo mano veramente chiunque, riveduta e corretta decine di volte, che al momento di uscire porta le firme di chi ha scritto il Fantastic 4 di Trank, e i due di Immortals. Già un campanello d’allarme.

Grazie a una serie di scelte di scrittura, capiamo fin dalle prime inquadrature che Light:

  • è un tipo molto intelligente, perché risolve delle equazioni di secondo grado.
  • è un tipo “sveglio”, perché vende i compiti ai compagni di scuola più idioti.
  • è un bravo ragazzo, perché quando vede un altro studente venire bullizzato dai giocatori di football, tira dritto e fa finta di niente ma poi cambia idea quando la ragazza che gli piace si mette in mezzo per difenderlo e allora lui va a difendere lo sfigato. (si chiama Mia, è una cheerleader, ma è anche una ribelle: lo si capisce dal fatto che durante gli allenamenti fuma una sigaretta, cosa che non si ripeterà più fino alla fine del film, ma tanto non serve perché è già stato stabilito che sia una ribelle.)

I tempi sono maturi perché Light trovi il Death Note, faccia la conoscenza di Ryuk, provi il Death Note uccidendo un bullo (che si meritava sicuramente una scarica di schiaffoni, ma magari non di essere decapitato da un tir) e poi lo usi di nuovo per uccidere l’assassino di sua madre.

Step successivo, Light usa il Death Note per fare colpo sulle ragazze. Così va da Mia e le dice: “Ehi, vuoi vedere il mio quaderno che uccide la gente?” e Mia, da ribelle anticonformista, con lo smalto nero, trova che la cosa sia effettivamente molto interessante. Light e Mia si mettono insieme.

Light e Mia usano il Death Note per uccidere su scala mondiale criminali e dittatori. Si fanno chiamare “Kira” in un abile tentativo di depistare l’FBI facendo credere di essere giapponesi (?) e la popolazione si divide tra chi adora Kira come un dio e il padre di Light che pare l’unico in tutto il pianeta a trovare che tutta questa vicenda sia un po’ esagerata. Iniziano i primi screzi tra Light e Mia, perché Mia è comprensibilmente ubriaca di potere, Light, invece, ci tiene che la gente continui a vederli come “i buoni”.

Nel frattempo ha fatto il suo ingresso “L” che capisce in 10 secondi che Kira è, in realtà, Light.

Visto che ormai è tardi per i duelli di intelletto, Light improvvisa, al minuto 70 di un film che fino a quel momento lo aveva descritto come uno poco meno ritardato dei suoi compagni di scuola, un piano intricatissimo per lasciarsi con Mia in modo che lei cada da una ruota panoramica e nessuno sospetti più di lui. Il piano funziona a metà, perché Mia muore, ma non solo L ha la conferma che Light è Kira, ma lo scopre persino il padre di Light.

Il peggio

Il film di Wingard raggiunge il suo peggio proprio quando vuole, di punto in bianco, assomigliare all’originale. Non puoi prendere attori in carne e ossa e fargli assumere pose da manga. Soprattutto, una volta che hai stabilito delle regole, non le puoi cambiare a metà strada perché ti fa comodo.

È inutile discutere su come i giapponesi si siano inventati un nuovo modello di (anti)eroe, il genio del male popolare perché va a scuola, mentre gli americani non hanno avuto altra scelta che ripiegare sullo solito trito personaggio outsider.

Inutile sottolineare come gli americani siano degli irrecuperabili bigotti e moralisti, che non sono in grado di immaginare un protagonista che commetta azioni moralmente deplorevoli. Di come, tanto per cambiare, il ruolo di cattivo alla fine spetti alla fidanzata manipolatrice che prende tutte le decisioni, si sporca le mani e viene punita dal protagonista perché non lo ama abbastanza da rinunciare al potere del quaderno per stare con lui.


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