Climate change, Trump: “O si cambia o usciamo dal Trattato di Parigi”

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Stati Uniti fuori dal Trattato di Parigi? Forse no. Trump ci pensa. Al centro della questione, il discusso “climate change”, che il numero uno americano vorrebbe tanto modificare. Muro da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: “Ci hanno comunicato il cambiamento, vogliono però rivedere i termini”. Nessuna intenzione di rinegoziare il trattato. Nessuna conferma da parte dell’amministrazione Trump, né chiarimenti sui parametri da rivedere.

Il tono è cambiato. Basti prendere nota delle parole del segretario di Stato, Rex Tillerson, intervistato ieri dalla Cbs: “Il presidente Donald Trump è pronto a lavorare con gli altri partner dell’accordo di Parigi se sarà possibile fissare uno schema di regole eque e bilanciate per gli americani”.

Secondo il Wall Street Journal gli Stati Uniti avrebbero addirittura deciso di non uscire più dagli accordi di Parigi negoziati nel 2015 dall’amministrazione di Barack Obama, facendo dietrofront su quanto, invece, annunciato dal presidente Trump solo lo scorso giugno. Su un’altra emittente, il consigliere per la sicurezza nazionale Herbert Raymond McMaster si esprime così: “Il presidente ha lasciato una porta aperta su Parigi, se ci sarà un compromesso migliore per gli Usa”.

Climate change, argomento spinoso

Il “climate change” sarà uno dei temi dominanti dell’Assemblea dell’Onu che si apre oggi a New York. Gli americani stanno sondando quali siano i margini per rinegoziare il Protocollo sottoscritto il 12 dicembre del 2015 da 195 Paesi. Stando alle dichiarazioni ufficiali dei leader degli altri Paesi, a cominciare dal presidente francese Emmanuel Macron, non ce ne sono. Il documento è quello e non si cambia. Tuttavia, in questo stesso comunicato, così come nelle dichiarazioni di Tillerson e McMaster, è visibile la traccia di una trattativa che, in qualche modo, sta prendendo forma.

A chiedere il meeting, Canada, Cina e Unione Europea, nell’anniversario dei protocolli di Montreal firmati 30 anni fa, quando per la prima volta si discusse di come ridurre la protezione e l’uso di quelle sostanze che minacciano lo strato di ozono.

Tillerson conferma che il dossier è affidato al consigliere economico Gary Cohn: “Tocca a lui considerare in quali altri modi possiamo collaborare con i partner dell’Accordo di Parigi. Noi vogliamo essere costruttivi”.

Peccato che sia subito arrivata la correzione della correzione: “Non ci sono stati cambiamenti nella posizione degli Stati Uniti sugli accordi di Parigi”, dichiara, per la Casa Bianca, Lindsay Walters. “Come il Presidente ha chiarito già abbondantemente, gli Stati Uniti si ritireranno. A meno che non riusciranno a rientrare con termini più favorevoli al Paese”. Lo diceva, d’altronde, lo stesso Wall Street Journal che poteva trattarsi di un cambio di direzione per modo di dire: una scelta, insomma, per tener buoni gli americani in un momento in cui bisogna attivarsi diversamente. Revisionare i termini potrebbe significare proprio stabilire tetti più alti. Quei “termini più equi”, per dirla con le parole del Presidente, che sono stati il suo obiettivo fin dall’inizio.


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