Le parole di San Suu Kyi sui Rohingya: pronti a garantire rientro

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Dopo le condanne e le continue richieste di chiarimenti arriva la dichiarazione di Aung San Suu Kyi, leader de facto della Birmania, sulla questione dei Rohingya.  La leader ha annunciato nel corso di un intervento trasmesso in televisione che il suo paese è pronto a garantire il rientro dei profughi Rohingya costretti a fuggire in Bangladesh.

La dichiarazione di San Suu Kyi

“Siamo pronti ad avviare il processo di verifica in qualunque momento”, ha dichiarato Suu Kyi nell’atteso discorso, pronunciato nella capitale Naypyidaw alla presenza di una platea di diplomatici stranieri. Quello del Premio Nobel per la Pace è stato il primo intervento pubblico dedicato alla crisi umanitaria in corso a Myanmar dall’inizio delle violenze che hanno provocato la fuga in Bangladesh dal mese scorso di centinaia di migliaia di civili Rohingya dallo stato occidentale di Rajkhine.

“Anche noi siamo preoccupati. Vogliamo identificare i problemi reali. Ci sono state illazioni e contro-illazioni. Dobbiamo ascoltarle tutte. Condanniamo ogni violazione dei diritti umani e violenze illegali”, ha aggiunto Suu Kyi, prima di invitare i diplomatici stranieri a recarsi in visita nello stato di Rakhine, dove la maggior parte dei villaggi sono stati risparmiati dalle violenze.

“La maggioranza delle persone non ha preso parte all’esodo. Dobbiamo capire le cause che lo hanno provocato”. “Myanmar non teme lo sguardo della comunità internazionale”, ha affermato. “Il nostro governo sta compiendo ogni sforzo per promuovere pace e stabilità”, ha aggiunto. Suu Kyi non ha usato il nome ‘Rohingya’ durante il suo discorso, se non per identificare l’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), il gruppo militante che ha attaccato polizia e postazioni militari il 25 agosto, scatenando l’ultimo round di violenze nello stato di Rakhine: la premio Nobel ha infatti voluto sottolineare che i musulmani non sono l’unico gruppo vittima delle violenze, facendo presente che anche esponenti di altri gruppi etnici e religiosi sono scappati dalle zone di conflitto.

Addolorata e preoccupata

“Sono profondamente addolorata e preoccupata” per il “gran numero di musulmani che fuggono verso il Bangladesh”, e “condanno tutte le violazioni dei diritti umani che potrebbero aver esacerbato la crisi”. La Nobel della Pace e leader birmana Aug San Suu Kyi ha parlato per la prima volta pubblicamente con un discorso scritto e letto “live” dalla nuova capitale Nayipydaw ai diplomatici stranieri e alle massime autorità militari del Paese, all’indomani delle accuse delle Nazioni Unite al suo governo di non aver evitato le persecuzioni contro l’etnia islamica Rohingya nello stato dell’Arakan, o Rakhine.

La leader del governo ha promesso “un’accelerazione” – appena possibile – del “processo di verifica” dello status di esuli e di eventuali aventi diritto a risiedere nel territorio dell’Unione. Ma durante i 37 minuti del suo intervento durante il quale ha usato il termine “musulmani” e non Rohingya – una parola che ufficialmente non esiste nel vocabolario birmano – non si è discostata molto dalla linea ufficiale tenuta finora, ripetendo che tutti i problemi non sono nati dagli eccessi dell’esercito (che controlla tre ministeri chiave del suo governo), ma dagli attacchi dell’ottobre 2016 e dell’agosto scorso contro i posti di polizia nelle aree di confine tra Myanmar e Bangladesh da parte di gruppi terroristici come l’“Arakan Rohingya salvation army”, o esercito di salvezza.


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