Salario minimo garantito: in Italia oltre due milioni sotto la soglia

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Salario minimo garantito. Si tratta di una norma presente in tutti i paesi europei e costituisce un punto distintivo del modello sociale europeo.

In Italia il segretario del Pd, Matteo Renzi, ha avanzato la proposta di fissare una soglia minima tra i 9 e i 10 euro l’ora.

Un provvedimento che riguarderebbe il 14-15% dei lavoratori non coperti da contratto nazionale di riferimento (che rappresentano l’85-86%) e per i quali non esistono minimi tabellari.

La proposta è però considerata dai giuslavoristi troppo generosa, in quanto corrisponderebbe a circa l’80% della retribuzione mediana (una percentuale simile c’è solo in Costarica e Colombia, mentre negli altri Paesi è poco più del 50%).

Salario minimo garantito: i sindacati dico no

In Italia Il 12% dei dipendenti italiani percepisce meno della paga base dei contratti collettivi. Dal Pd ai 5Stelle, i partiti ora vogliono fissarlo per legge, ma i sindacati dicono no.

Fissare per legge il salario minimo è un modo per programmare la riduzione strutturale delle retribuzioni, depotenziare il contratto nazionale e ridimensionare il ruolo delle parti sociali. Questo è il timore dei sindacati.

Sulla base dei Trattati europei (art. 153, TFUE), la materia salariale è saldamente di competenza nazionale.

La distinzione fondamentale tra i regimi europei concerne il campo di applicazione, di tipo universale, in quanto applicabile a tutti i lavoratori, ovvero settoriale, poiché destinata a settori o gruppi di occupati.

Dai dati del Cnel, in Italia ci sono 868 contatti nazionali. Quelli regolari sono però solo 300. I restanti sono considerati pirata, sono cioè contratti al ribasso firmati da sigle non rappresentative e che presentano condizioni peggiorative per i lavoratori. In Europa sono 22 i Paesi ad avere un salario minimo mentre sei non lo hanno (fonte Eurostat, luglio 2017). Si tratta di Italia, Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia.

Laddove invece esiste si va dal massimo dei 1.998,6 euro mensili del Lussemburgo al minimo dei 235,2 della Bulgaria. Nella classifica Eurostat, dopo il Lussemburgo si trovano sopra i 1.000 euro Irlanda (1.563,3 euro), Belgio (1.562,6), Germania (1.498) e Francia (1.480). Nella fascia 500-1.000 euro c’è un gruppo di Paesi formato da Spagna (825,7), Slovenia (805), Malta (735,6), Grecia (683,8) e Portogallo (649,8). Sotto i 500 euro ci sono infine Polonia (473,3), Estonia (470), Croazia (442,1), Slovacchia (435), Repubblica Ceca (419,9), Ungheria (412,7), Lituania e Lettonia (380), Romania 8318,5) e Bulgaria (235,2).

La situazione in Italia

Nel nostr0 paese ci sono oltre due milioni di lavoratori dipendenti che ricevono un salario inferiore ai minimi contrattuali, che finiscono per ingrossare le file dei “working poors”, poveri malgrado il lavoro, è forte la tentazione di introdurre anche in Italia il salario minimo legale.

Non a caso la proposta entra nei programmi elettorali di Pd e 5 Stelle, e trova proseliti a destra e a sinistra.

Secondo gli ultimi dati del 2017 sulla povertà in Italia, oggi sono 1 milione e 619mila le famiglie residenti, per un totale di 4 milioni e 742mila individui, che vivono in condizione di povertà assoluta, cioè legata a necessità fisiologiche di base (il fabbisogno nutrizionale minimo, la disponibilità di beni e servizi essenziali per la sopravvivenza).

Nel 2016 è aumentata l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con tre o più figli minori, così come è aumentata fra i minori, arrivando a coinvolgere 1 milione e 292mila nel 2016.

Il reddito di inclusione

Tra i provvedimenti inseriti nella nuova legge di bilancio c’è il così detto reddito di inclusione. Il reddito di inclusione è stato introdotto nel nostro Paese dal D.Lgs. 147/2017 ed è entrato in vigore il 1 gennaio 2018; i beneficiari sono circa 1,8 milioni di persone in condizioni di povertà assoluta.

L’importo d’aiuto va da un minimo di 190 euro per i singoli fino a un massimo di 485 euro al mese per le famiglie di 5 o più persone. Ad averne diritto sono le famiglie con un Isee non superiore a 6000 euro all’anno, un valore del patrimonio immobiliare non superiore a 20.000 euro e un valore del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti) non superiore a 10mila euro (ridotto a 8 mila euro per la coppia e a 6 mila euro per la persona sola).

 


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