Addio a Luciana Alpi, una donna che non ha mai smesso di lottare

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Si è spenta nella giornata di ieri Luciana Alpi, una donna coraggiosa che ha fatto della ricerca della verità il suo unico obiettivo. Una persona che non ha mai smesso di combattere per scoprire perché, quel maledetto giorno di Aprile a Mogadiscio, sua figlia, Lucia Alpi, brillante giornalista del TG3, venne uccisa.

Luciana Alpi e la ricerca della verità

Mai le bastarono le spiegazioni ufficiali datele dalla Procura di Roma, che più volte ha cercato di mettere la parola fine sulla vicenda, etichettandola come un tentativo di sequestro malriuscito e terminato nel peggiore dei modi. Dopo 24 anni di lotta senza tregua, Luciana Alpi è spirata, purtroppo senza aver avuto l’unica cosa che ha sempre voluto per tutto questo tempo: la verità.

Afflitta da diverse patologie che la tormentavano da anni, era stata ricoverata, come riporta repubblica.it, all’Ars Medica per dei controlli; queste le parole della sorella: “Soffriva di cuore. I medici avevano deciso di inserirle un pace maker. Poi tutto è precipitato. Gli acciacchi e i malanni che la tormentavano si sono riaffacciati e in cinque giorni se n’è andata”.

Alla fine s’è dovuta arrendere anche lei, nonostante l’abnegazione che l’ha sempre contraddistinta e che l’ha portata per quasi un quarto di secolo a cercare di scoprire la verità sulla tragica fine di sua figlia Lucia.

Verità nascoste

Luciana Alpi non aveva mai accettato la versione ufficiale circa questa oscura faccenda: dietro la morte della giornalista e di Miran Hrovatin, il suo operatore, è stata celata qualcosa. Una vicenda con troppe lacune e misteri: l’autopsia negata, il referto dell’esame autoptico che sparì salvo poi riapparire tra i documenti di un trafficante internazionale d’armi, i depistaggi.

Luciana Alpi aveva capito che la morte della figlia e del suo operatore era dovuta a quello che la giornalista aveva scoperto, qualcosa che avrebbe messo in seria difficoltà il governo italiano: un classico doppio gioco in cui il governo italiano, che aveva preso parte all’operazione Onu ‘Restore Hope’, dava sostengo alla Somalia per ristabilire la pace all’interno del paese, fornendo però allo stesso tempo armi ad uno dei clan in combutta nella guerra civile.

Tentativi di depistaggio

La Procura di Roma cercò di chiudere la vicenda etichettandola come un tentato sequestro finito nel sangue, ed incastrò un cittadino somalo additandolo come uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Lucia e Miran, tesi inizialmente sostenuta anche da un presunto testimone.

La madre di Lucia però sapeva bene che l’accusato fosse solamente un capro espiatorio, e infatti recentemente il ragazzo somalo è stato assolto, grazie alla smentita dello stesso presunto testimone che l’aveva accusato. Termina così una tragica storia fatta di intrighi e di bugie, ma che allo stesso tempo ricorda Luciana Alpi per quello che è sempre stata: un’instancabile combattente.


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