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Azienda lo licenzia dopo il trapianto di fegato: colleghi in sciopero

Effettua un trapianto di fegato e viene licenziato otto mesi dopo. A.F. è stato considerato inabile. Tre settimane di ferie forzate e poi la lettera di licenziamento. L’uomo è un metalmeccanico di 55 anni. È successo poco fuori Torino. I colleghi dell’uomo hanno indetto uno sciopero in favore dell’amico allontanato dall’azienda.

I sindacati Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato uno sciopero di due ore. L’operaio ha annunciato che farà causa all’azienda. Ai microfoni di “Repubblica”, l’operaio racconta: “Ho sempre fatto i tre turni senza lamentarmi. I medici mi avevano dato sei mesi di vita. Poi ho subìto un trapianto e l’operazione è andata bene”, dice. Dopo sei mesi di malattia, il cinquantenne sarebbe voluto tornare a lavoro, ma l’azienda stessa gli ha consigliato di non farlo: “L’azienda mi ha suggerito di mettermi in ferie, così ho smaltito i giorni che avevo a disposizione. Lunedì sono tornato al lavoro, ma mi hanno detto che il posto per me non c’era più. Ma io avrei accettato anche un demansionamento”.

Un sindacalista della Fiom spiega: “C’erano tutte le condizioni per trovare una soluzione, ma da parte dell’azienda non c’è stata la volontà. I rappresentanti sindacali sono stati informati a licenziamento già avvenuto. La protesta è stata indetta anche perché è il terzo caso simile, dopo quelli che hanno riguardato due delegati Fiom negli stabilimenti di Bari e di Sommariva Bosco”.

A.F. farà causa all’azienda: “Sono convinto che il giudice mi darà ragione, ma mi auguro che una cosa del genere non succeda mai più: se mi fosse capitato dieci anni fa non avrei avuto nessuna speranza di andare in pensione”.

Il presidente della Commissione lavoro della Camera spiega a Repubblica: “Il licenziamento del lavoratore torinese, al suo ritorno in fabbrica dopo un trapianto di fegato, è indegno. Si tratta di un gesto riprovevole, che non ha alcuna possibile spiegazione se non quella di un tipo di gestione aziendale irresponsabile. Ci auguriamo dunque che l’azienda ritorni sui suoi passi e si sforzi di trovare una soluzione adeguata alle attuali condizioni fisiche del lavoratore, dal momento che quello dell’azienda è in questo caso un comportamento discriminatorio”.

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